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Postcinema -

09/02/10

Il Made in Italy è vintage

18_Set de La Dolce Vita_Marcello Mastroianni. Foto di Arturo Zavattini
Cinquant’anni fa usciva nelle sale La dolce vita
di Federico Fellini e ad oggi “non c’è titolo di film italiano che sia conosciuto in tutto il mondo. Famosissimo ancor prima che il film uscisse, questo titolo ha finito per significare di tutto: uno stile, un’epoca, un modo di vivere. Un nome capace di evocare Italia e italianità ancor più e ancor meglio della pizza, degli spaghetti e della camorra”, questa l’opinione di Antonio Costa, professore di cinema all’Università di Padova che ha appena fatto uscire un libro che  analizza la genesi, la storia, il testo e la fortuna critica di questa geniale opera del regista romagnolo (Federico Fellini. La dolce vita, Lindau). Il titolo steso è diventato proverbiale, ha segnato un’epoca, così come la mitologia del “paparazzo”, le passeggiate dei divi per via Vittorio Veneto e soprattutto le loro “folcloristiche” bizze che animavano le nottate romane. Quell’Italia con le sue contraddizioni, forse mai risolte, con quella vitalità, con quel boom che stava preparando un nuovo tipo di italiano e nuovi modelli urbani, quella ricchezza che arrivava finalmente dopo le privazioni della guerra, quel mondo di paillettes e lustrini, di flash e lambrette, di abiti eleganti, ponevano l’Italia nella Modernità (quella Modernità che contemporaneamente Antonioni andava a scavare nei suoi vuoti profondi). Il “Bel Paese” diventava patria del cinema europeo con Cinecittà che attirava produzioni hollywoodiane e tutto il seguito di star; patria della moda e degli stilisti, del design e dei motori. Ce n’è per abbandonarsi alla nostalgia o quanto meno per sfogliare malinconicamente l’album dei ricordi di un periodo mitico, reso tale proprio da film come La dolce vita. Ci si può allora abbandonare al ricordo con la bella mostra che il Museo del Cinema di Torino ha da poco inaugurato dal titolo Gli anni della Dolce Vita (19 gennaio – 21 marzo). Una mostra fotografica con gli scatti di Marcello Geppetti e Arturo Zavattini, un percorso emozionante in un’Italia d’altri tempi: John Wayne in abito bianco e cappello da cowboy che si lascia fotografare nelle strade di Roma, Warren Beatty e Nathalie Wood che sfuggono ai paparazzi, Marcello Mastroianni durante le pause di lavorazioni, in giro per Roma o ad assaggiare le paste in un forno, e ancora Brigitte Bardot, Audrey Hepbourne, Kirk Douglas, Liz Taylor e Richard Burton, Romy Schneider, Alain Delon... inseguimenti e zuffe con i fotografi: Anita Ekberg, per esempio, che minaccia alcuni di loro. E poi gli ambienti: dalla Roma più turistica dei monumenti storici ai night, i club privati, i cabaret, i ristoranti (c’è un Alberto Sordi che si improvvisa cantore con la chitarra al mitico Meo Patacca). Scatti che parlano di un’epoca ma anche di una visione d’Italia, un marchio di fabbrica Made in Italy che è forse l’ultima potente immagine di noi che siamo riusciti a esportare all’estero.

E non è un caso che fa parlare (a dire il vero più all’estero che qui da noi) Nine, il musical di Rob Marshall che tenta l’improbabile, fare un remake di 8 ½, il film più personale, biografico, autoriale di Fellini. E infatti nel film di Marshall di tutto l’universo ricco e stratificato di Fellini rimane il gusto estetico, i vestiti, il mito della Lambretta, il fascino del visual italiano che imponeva lo stile nel vestire, nelle pettinature, nella fotografia, nel design. Rimane l’aspetto marginale del film ma si veicola la nostalgia per un Made in Italy datato e un po’ vintage che evidentemente fa ancora presa all’estero, che ancora veicola la nostra immagine o, quanto meno, la nostalgia per come eravamo. A ben guardare anche il lodatissimo film dello stilista Tom Ford, A Single Man, è un evidente omaggio a certo cinema d’autore italiano, allo stile italiano, nonostante si parli di un professore californiano. Ma come non vedere nei vestiti, la spider, i tagli delle inquadrature, chiari riferimenti a Fellini e Antonioni, allo stile Italia, uno stile, ahimé, vintage, per l’appunto.

Un paio di anni fa uscì su un importante quotidiano tedesco una ricerca per cui i tedeschi sembravano invidiare (nonostante tutto) gli italiani, per il cibo, per le bellezze artistiche, architettoniche e paesaggistiche del nostro Paese, per il clima, per il “savoir faire” italiano. Ecco, forse viene da chiedersi se questo mito non sia anch’esso frutto di un’immagine vintage che tende a sovrapporsi a quella vera del nostro Paese. Tanto più che i nostri film e i nostri libri contemporanei difficilmente riescono ad uscire dai confini patri e nei corsi di cinema degli Istituti italiani all’estero, dei Dipartimenti di italianistica, difficilmente si può rintracciare qualcosa dopo gli anni ’60, come dire: siamo forse costretti in un’immagine di repertorio, ad un “Amarcord” dell’immaginario italiano che ci fissa una volta e per sempre nella “dolce vita”?

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04/02/10

Un occhio nell'oceano profondo

Ho letto su "Wired" di questa webcam Eye in the Sea posta sul fondale dell'Oceano Pacifico a largo della California. Per i dati tecnici e la storia di questa impresa rimando ad un articolo trovato in Rete dove potete vedere anche delle immagini e un bel video di "Wired Science". Questo occhio digitale sofisticatissimo che, sfidando la tenebra più profonda, osserva la flora e la fauna di questo mondo alieno devo dire è intrigante e, a livello spettacolare, non ha niente da invidiare ai migliori effetti speciali hollywoodiani. A tale proposito vi consiglio Aliens of the Deep di James Cameron e Steven Quale, documentario su una spedizione nelle profondità più inaccessibili degli oceani guidata dallo stesso Cameron, per capire come l'immaginario di Cameron sia intriso di queste forme che l'osservazione scientifica, supportata dalla tecnologia più avanzata, può rivelare. I veri alieni sono qui, nel nostro pianeta, nelle profondità più remote e inaccessibili, e a volte basta la luce giusta e un occhio tecnologicamente avanzato per poterli vedere...
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01/02/10

Cinema e rock

Eccomi di nuovo a scrivere di cinema e rock, un argomento che mi appassiona, su due forme di arte che adoro. Mi sono occupato nel tempo del cinema dei Beatles, dei rock movies , ho scritto su Pennebacker e sul cinema di Bob Dylan... insomma, l'universo della musica per immagini da sempre mi cattura... e ora esce una pubblicazione curata da Diego Del Pozzo e Vincenzo Esposito dal titolo Rock around the Screen (Liguori) che contiene un mio pezzo sui documentari rock (i cosiddetti "rockumentaries"). Non ho ancora avuto il volume, ma sono curioso di leggere e di rituffarmi in questo oceano sconfinato fatto di Woodstock e di Beatles, di Tommy e di The Wall dei Pink Floyd... documentari, film, animazioni e biografie, il tutto da leggersi ad alto volume!
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25/01/10

Squatting Supermarket

Vi lascio questo fenomenale video di Salvatore Iaconesi e Oriana Persico ideatori di performance e installazioni che riflettono sul mercato e sull'etica del mercato. Dai prodotti "falsi" di cui vi avevo già parlato e presentati a Share Festival lo scorso novembre ad una particolare cena interattiva...
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20/01/10

Cos’è e cosa non è Avatar

Non mi tiro sicuramente indietro a dire la mia su Avatar, ma vorrei farlo anche a partire dalla discussione che è nata intorno al film. E innanzitutto vorrei iniziare da quello che non è Avatar e che, quindi, non bisogna chiedergli di essere. Mi spiego... anch’io ho notato le impressionanti somiglianza con le “creature” di Manuli e del suo Aida degli alberi (ma se si tratta di plagio lo si deciderà in altra sede). Anch’io ho notato la banalità della struttura narrativa, il fatto di essere un patchwork di tutti i temi e generi alla moda dell’ultima Hollywood dall’ambientalismo al film catastrofico, dal film militare all’action movie. Non mi sono sfuggiti i riferimenti a Pochaontas e a molta fantasy contemporanea. Nessuno (almeno fino ad ora non mi è ancora capitato di leggerlo) ha parlato della colonna sonora, della sua mancanza di originalità con tanto di tamburi di guerra e tutto l’armamentario dell’action contemporaneo... ma il punto sta nel fatto che Cameron non è un cineasta sperimentale, il suo sogno, come quello di Zemeckis, di Spielberg e soprattutto di Lucas (suo riconosciuto “padre spirituale”) è quello di rifare Hollywood grande, di incanalarsi nella grande tradizione spettacolare di Hollywood e rinverdirla, renderla sempre più spettacolare. Quando Cameron afferma che il film che gli ha cambiato la vita è Guerre stellari afferma proprio questo... Guerre stellari è stato un film geniale che ha elaborato temi e generi hollywoodiani, addirittura ne ha fatto un patchwork con personaggi riconoscibili fino, quasi, alla superficialità, con situazioni conosciute e riconoscibili ma con un impianto visivo avveniristico e con un surplus spettacolare che immergesse lo spettatore contemporaneo (molto più “scafato”) in una situazione spettacolare.

Cameron persegue questo obbiettivo e lo fa innovando le possibilità tecnologiche in seno a questa tradizione... come si fa quindi a fare polemica sui personaggi, la storia, la sceneggiatura... questo lui fa, questo è il suo lavoro, la sua “poetica” addirittura.

 

D’altro canto la forza del cinema hollywoodiano è sempre stata quella di veicolare attraverso racconti emozionali (di qualsiasi genere fossero) un mondo... in questo senso Avatar è un capolavoro e una pietra angolare, perché è il punto più alto raggiunto da Cameron in questa sua sfida a fare entrare l’immaginario tecnologico e visivo nel cinema contemporaneo. Cameron ha ben presente che la nostra società è intrisa di tecnologia e demanda alla scienza lo spettacolo del nuovo e allora ecco che il nostro si immerge nelle profondità degli oceani con spedizioni scientifiche per portare poi sugli schermi spettacolari piante luminescenti. Oppure frequenta i laboratori della NASA (come Kubrick prima di lui per 2001: Odissea nello spazio) per mostraci schermi olografici, per disegnare avveniristiche macchine da guerra. Anche in questo coglie il segno dei tempi in questa unione indissolubile tra scienza, tecnologia e militari che ha segnato la nostra società dell’informazione (dai computer a internet e i videogiochi di simulazione tutto è nato all’interno di sviluppi militari delle tecnologie). Cameron non solo fa vedere la tecnologia e cosa può essere la tecnologia, ma si serve dell’osservazione scientifica per riprodurre visioni e in ultimo si serve del 3D per dare consistenza “solida” a queste visioni.

 

Punto sul 3D: non è vero, come ho sentito da alcuni, che il film non sfrutta il 3D, lo sfrutta al meglio per come fino ad ora è stato visto, penso alle immersioni nella foresta, alle strane piante/creature di Pandora.... mi hanno ricordato quelli che fin ad ora erano i migliori prodotti 3D, i documentari oceanografici di National Geographic. Cameron sfrutta come fino ad ora nessuno aveva ancora fatto la profondità come una vera terza dimensione, in alcuni momenti è persino impercettibile, ma c’è un’idea di cinema solido in questo film come negli altri visti fino ad ora non mi era capitato di incontrare.

 

Non si tratta di una difesa a spada tratta di Avatar, bensì di collocare al suo giusto posto i pezzi dell’operazione di Cameron per dargli la giusta dimensione e quindi permetterne la giusta valutazione, solo incasellandolo nella tradizione hollywoodiana e nella specificità della nuova Hollywood spettacolare, e solo interpretando la maniera in cui dialoga questa visione con la nostra società, si può capire l’importanza di questo film. Sul piacere o non piacere poi mi tiro indietro, ho abbastanza anni di critica cinematografica alle spalle per affermare che questa è davvero una materia instabile. Ognuno è evidentemente libero di essere affascinato o meno da Avatar, certo che tutto quello che sta intorno ad Avatar, la potenza pubblicitaria, l’aura di culto che il regista ha saputo creare attorno a sé, l’aspettativa dei fan e dei semplici spettatori e soprattutto la rissa di voci che si alzano attorno ad esso (cosa ormai rarissima per un film) lo pongono al centro, lo mettono in risalto, gli affidano un posto significativo nel dibattito sul cinema contemporaneo... e anche questa non è cosa da sottovalutare.

 

 

CATEGORIE: cultura

18/01/10

Essential Experiences

"Essential Experiences" è la mostra esposta a Palazzo Riso, Museo d’Arte Contemporanea della Sicilia, curata da Lorànd Hegyi. Un percorso affascinante in questo palazzo posto nel centro storico di Palermo. I temi (“essenziali esperienze” dell’arte ma soprattutto della vita di ognuno di noi) sono quelli della morte, della solitudine, dell’amore. Tra le opere un enorme trittico di Gilbert & George come spesso composto di riquadri che vanno a formare una composizione gigantesca, un enorme fotomontaggio. Jan Fabre allestisce un particolare teatrino della morte e  propone un video che lo vede in veste di Lancillotto combattere contro il vuoto, o forse contro i fantasmi dell’amore e della morte. D’impatto anche la strana creatura che pare una radice di coralli realizzata da Paolo Grassino. Mentre uno specchio con disegnato un cappio è l’opera di Michelangelo Pistoletto. Tra gli altri artisti presenti anche Marina Abramovich, William Kentridge con un gotico video di ombre, Orlan con una serie di self-portrait fotografici in cui si ibrida con maschere africane e poi le nuove opere commissionate da Riso a Dennis Oppenheim, Pedro Cabrita Reis e Richard Nonas.

La mostra si è aperta il 14 novembre 2009 e chiuderà il 28 febbraio 2010.

 

 

 

 

 

 

CATEGORIE: cultura

Gli involucri architettonici mediatici... un libro

 

Bello il libro di Katia Gasparini (Design in superficie. Tecnologie dell’involucro architettonico mediatico, Franco Angeli) dedicato alle facciate mediali architettoniche. Bello perché per quanto ne so è il primo testo organico italiano su questo tema. Ci sono interventi, numeri di rivista e anche alcune riflessioni d’artista ma - ripeto, a mia conoscenza (anzi se qualcuno di voi può smentirmi e indicarmi altri libri gliene sarò solo grato) – mai un saggio che facesse un quadro storico e teorico. Gasparini parte da due presupposti, le facciate che nell’architettura contemporaneo divengono nuovo luogo per comunicare contenuti, nuova pelle urbana su cui iscrivere messaggi mediali e di conseguenza quella dematerializzazione (teorizzata da Paul Virilio) a cui va incontro questa architettura delle luci e degli schermi.

La Gasparini affronta il tema sia dal punto di vista teorico con la nascita delle superfici/pelli architettoniche, la smaterializzazione dell’architettura, la medializzazione della metropoli, ma traccia anche un breve profilo storico andando a individuare i tentativi e gli esempi più interessanti, a partire dall’imperativo postmodernista di Venturi di “imparare da Las Vegas” e di immettere comunicazione e spettacolo nelle superfici della città. Poi i diversi approcci, gli architetti che maggiormente hanno lavorato su volumi fluidi e liquidi da Gehry e Nouvel fino ai fratelli Adler e gruppi come Spacelab, CCC, Asymptote, Nox ecc.

Non manca nemmeno uno sguardo sui contenuti, quelli di luce, i filmati, e una parte dedicata alla progettazione e alla tecnica.

Il punto di partenza è quello di una società mutata nelle dinamiche sociali, culturali e economiche e un aspetto urbano che muta con essa. Una società e una città in cui l’informazione è centrale e la tecnologia digitale il tramite più evoluto della sua diffusione. Dalla diffusione del vetro che smaterializza le architetture all’inclusione della luce nel progetto, fino alle vere e proprie pelli mediatiche. L’architettura della luce e delle superfici mediali da una parte accelera verso la smaterializzazione, dall’altra opera una ricostruzione degli spazi pubblici attraverso spettacolo e informazione.

Il libro è davvero ricco di spunti, di riflessioni ma anche di esempi e di rimandi...

 

 

CATEGORIE: Media

14/01/10

Corpo automi robot a Lugano

La tecnologia da sempre nasce come supporto all'uomo ma si pone sempre più in grado di creare sostituti dell'uomo e l'immagine dell'automa e del robot ne è l'esempio più lampante e pauroso. Basti pensare alla storia della letteratura e del cinema per capire come questi corpi tecnologici abbiano nel tempo affascinato l'uomo e abbiano rappresentato da una parte il punto più alto della sfida sulla Natura e dall'altra la minaccia più terribile.

ll Museo d’Arte, nell’ambito delle iniziative promosse dal Polo Culturale della Città di Lugano, organizza, in collaborazione con la Fondazione Mazzotta di Milano e con la partecipazione del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano e del Museo Cantonale d’Arte di Lugano la mostra Corpo, automi, robot. Tra arte, scienza e tecnologia.

La mostra passa in rassegna l'utopia di questi corpi tecnologici pensati dall'intelletto umano e resi possibili dalla scienza, ma anche dall'arte che ha avuto spesso l'estro di prevederli, immaginarli, contestualizzarne gli usi e, perché no, avvisarci delle possibili implicazioni culturali, sociali e etiche.

La mostra si articola in due sezioni: la prima, allestita a Villa Ciani, ripercorre la storia degli automi, proponendo un excursus dalla Grecia classica ai nostri giorni e includendo alcuni prodotti della più avanzata tecnologia quali robot, androidi ecc. La seconda, presentata al Museo d’Arte, dà spazio alla riflessione sulla creazione artistica dell’età moderna e contemporanea incentrata sul rapporto corpo-macchina e corpo-tecnologia.

CATEGORIE: cultura

Catodica

A Trieste a giorni si inaugura Catodica (21-28 gennaio), la rassegna internazionale di video arte promossa dall'associazione culturale Fucinemute e curata da Maria Campitelli.

Tra le cose da segnlare i lavori di PierPaolo Koss, artista che lavora sul corpo e la performance, Robert Gligorov e Alessandro Amaducci che porta The Web, Discussion on Death, Not with a Bang, Flesh Paths e Greetings from Hell, episodi tratti da Electric Self Anthology.

CATEGORIE: cultura

11/01/10

Anopticon e i limiti della visione

Oggi su Repubblica si può trovare un interessante articolo sul progetto Anopticon che sta sul sito Tramaci, si tratta di un progetto che inverte il Panopticon studiato e teorizzato dal filosofo francese Michel Foucault. Un contrasto all'ingerenza nella vita di noi cittadini realizzato attraverso le camere di sorveglianza . Il progetto prevede una mappatura delle camere di videosorveglianza. Una moto "dal basso" per contrastare l'occhio vigilante dell'Ordine. Mi ero già occupato del fenomeno di "guerriglia" alle CCTV parlando del convegno sulla Sousveillance. Trovo interessante non solo la pratica di contrasto per il tramite del web, ma mi immagino anche lo scenario in cui oltre a mappare si possano riprendere le camere di sorveglianza, quando gli sguardi si incrociano, cozzano, magari vanno in cortocircuito. Quando la pratica del vedere annulla la visione, quando la "megaloscopia", come la chiama un altro filosofo francese, Paul Virilio, annulla lo sguardo. Il problema della sicurezza e della privacy sta divenendo un problema del visivo, dei limiti del visivo e della sua espansione... e questo devo dire è davvero intrigante...
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