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“La cosa svanì in mezzo alla nebbia”. Da quando siamo funghi…

La cosa è un mostro, un uomo fungo, il risultato di una ibridazione profonda tra un essere umano e una qualche forma di fungo non meglio definita che ha invaso la sua nave arenata, il suo rifugio d’emergenza e poi il suo stesso corpo, e quello della moglie.

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Sto parlando di uno straordinario racconto di William Hope Hodgson pubblicato nel 1907 su “The Blue Book Magazine” dal titolo La voce nella notte. Un racconto dagli echi evidentemente lovecraftiani, ma anche indissolubilmente legato alla ricca tradizione dei racconti di tema marinaro.

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La voce nella notte non solo riecheggia il male venuto da chissà dove… dal passato? Una rara forma di virus? Dallo spazio? Una forma vivente differentemente biologica? Oppure una creatura di questo mondo che solamente non è stata ancora scoperta, ritrovata…

Quello che colpisce è la sua capacità di penetrare nel corpo, modificarlo, entrare in simbiosi. Il fungo circonda la coppia, prima sulla nave, ormai derelitta dopo un naufragio, poi nella dimora di fortuna sull’isola, sulla barca con cui lui chiede cibo agli stupefatti marinai che nel baluginare di un primo raggio di sole vedono la creatura, una volta ascoltato il suo racconto.

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Il corpo è l’orizzonte, è l’unico spazio a noi dato. Attraverso il corpo sentiamo, reagiamo, pensiamo, percepiamo, creiamo. Tutto ciò che ci capita, che “è”, è corpo. La tecnologia è corpo, è il nostro orizzonte che si espande attraverso le nostre capacità immaginative e inventive, logiche e creative, che si fa strumento e dispositivo e che definisce ciò che siamo.

Siamo già il corpo fungoso descritto da Hodgson, lo siamo da prima delle tecnologie digitali, lo siamo ancor più nelle tecnologie digitali. Vale la pena studiare il nostro corpo fungoso piuttosto che il fungo o un’immagine ideale di essere umano ferma, immobile, inamovibile e inconcepibile. Il corpo fungoso siamo noi nei processi.

Con il digitale questa dimensione ha preso il sopravvento e sta indirizzando le tecnologia, non a rispondere a semplici usi, bensì a divenire indipendente. L’idea è quella di una macchina che risponde a un nostro rapporto, che instaura un rapporto con noi, che si introduce nel nostro più impenetrabile mistero, la complessità del corpo. In questo senso le macchine digitali si espandono, proprio come il nostro corpo, nell’affettività, nella dimensione vegetale e animale.