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Utopie – percorsi per immaginare il futuro

NZO

 

 

Quanto abbiamo bisogno delle utopie e quante sono le utopie?
Gillo Dorfles ci racconta dell’architettura come utopia, Laura Gemini dello
sguardo utopico all’interno del dispositivo teatrale… ma l’utopia oggi si
concretizza supratutto nell’incontro con la tecnologia e nello specifico con il
digitale. Giovanni Boccia Artieri allora, in un saggio davvero interessante per
la chiarezza e l’acutezza delle riflessioni ci spiega dell’avvento dell’utopia
nell’era di Internet come uscita dai modelli della cyber-utopia.

 

Tutto questo lo possiamo leggere in un bel volume che
raccoglie i “Dialoghi sull’utopia” che si sono svolti nel 2011 presso il
Dipartimento di Scienze della Comunicazione dell’Università degli Studi di
Urbino Carlo BO e che si intitola Utopie.
Percorsi per immaginare il futuro
(Codice), a cura di Lella Mazzoli e Giorgio
Zanchini.

 

Buona lettura!

 

Scheda del libro qui

 

 L’utopia è architettura
– Un estratto da Utopie. Percorsi per immaginare il futuro

di Gillo Dorfles

 

«Non voglio
cominciare parlando di arte e utopia, perché è un tema piuttosto crudo. E in
fondo il rapporto tra arte e utopia è un rapporto paradossale: praticamente un
rapporto di sempre e di mai. Voglio parlare piuttosto dell’utopia in generale,
ma poiché di riflessioni e di notizie sulle utopie ne circolano parecchie, non
rifarò il compitino dicendovi che nel 1516 Thomas More inventò questa parola e
questo concetto. Un qualche accenno linguistico però è opportuno farlo, perché
quando Thomas More, che era inglese, inventò questa dizione, non la pronunciò
come la pronunciamo noi, ma disse iùtopia. E siccome iùtopia si può scrivere
“utopia”, ma anche “eùtopia”, perché in inglese si pronunciano nello stesso
modo, ecco che sin dal principio si verificò un grosso abbaglio, per cui
l’utopìa è stata sempre considerata un’eùtopia. Chi ricorda un minimo di greco
antico sa che u – il prefisso di utopia – significa “non”, non esistente,
mentre eu – il prefisso di eutopia – vuol dire “bene”. È accaduto quindi che
l’utopia, sin dall’inizio, non sia stata non tanto “un luogo che non esiste”
quanto un luogo buono, una buona utopia. È per questo che tutti si sono
affrettati a creare delle utopie, dei progetti utopistici, che fossero buoni.
Oggi sappiamo purtroppo che così non è avvenuto, che tre quarti delle utopie
sono delle distopie, e cioè delle utopie andate a male. Credo che questo sia il
punto da cui partire…

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